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[ITA] Cafè Racer 10-2004 |
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CR&S VUN 650
VOGLIO UNA NUDA
Nasce su un tovagliolo di carta dalle menti di tre amici al bar. Ecco cosa è stato il progetto Vun vissuto dall'interno, senza cadere volutamente nei dati tecnici e lunghe digressioni su strategiche scelte costruttive. Qui c'è spazio solo per il sentimento! Ecco a voi la passione e l'amore che prendono forma e sembianza di un mono da infarto!
C'è del metodo in questa follia dice Polonio, nell'Amleto di Shakespeare. Di solito si comincia così, con una bella citazione colta, per far colpo sui lettori. Ma non saprei sintetizzare in altro modo quello che ha compiuto la Café Racer 8t Superbike nel suo ultimo anno di vita. Che poi è anche il primo. Perché è andata così: era una notte buia e tempestosa. No, la seconda citazione in tre righe è di troppo, anche se viene da Snoopy. E poi non era tempestosa. E a pensarci bene non era neanche notte. Era
mezzogiorno. Beh, siamo a tavola, Roberto, Giovanni ed io. Siamo legati da una profonda amicizia e dal fatto che i nostri atomi sono composti anziché da elettroni da tante piccole motociclettine che ruotano vorticosamente come quelle che fanno il giro della morte nella sfera metallica, lo sono tutt'orecchi perché, anche se parliamo di moto come facciamo di solito, questa volta la faccenda suona stranamente eccitante, si capisce che sta per succedere qualcosa di significativo. L'argomento è il monocilindrico, un tipo di motore che amiamo, a prescindere. Roberto e Giovanni sostengono che sarebbe bellissimo
avere l'erede dei Norton Manx. Insomma, un mono stradale puro, senza compromessi. Magari non necessariamente da competizione, ma sicuramente non un'enduro, né un supermotard, di quelli già ce ne sono tanti, lo annuisco e comincio a sognare, con rispetto parlando per le nostre consorti, sospiro "single is better..." Ritorno bruscamente in me quando sento che dicono "Ma se non c'è, perché non lo facciamo noi?". E qui i visceri hanno il sopravvento sul cervello e prima che possa fermare le parole, sento che queste approvano entusiasticamente il progetto: la Follia è in atto.
Dalla mente alla carta
A quel punto si cominciano a tracciare righe e bozzetti: "Il telaio potremmo farlo così, no è meglio così, questo lo farei diverso... Ma
che motore scegliamo? Con il Rotax andiamo sul sicuro anche se dobbiamo venderla in Inghilterra. Inghilterra ? Sì, certo -dice Giovanni che pur di andare a vedere le Vincent sul posto ci andrebbe a piedi - "Lì storicamente i mono hanno lasciato il segno". "E naturalmente il Giappone"-rincara
la dose Roberto- "dove per il mono stradale vanno matti". L'entusiasmo entra in pieno fuorigiri finché scatta improvviso il limitatore: "Già e dove si fa tutto questo? Meglio appoggiarsi a qualcuno che abbia esperienza, l'idea è buona ma dalla catarsi alla catastrofe il passo è breve". Ed ecco che in men che si dica, ci riceve Roberto Pattonì, figlio del grande Peppino, una vita net Gran Premi classe 500, grande amico. Nel suo atelier Roberto ha aperto un reparto engineering. Ad essere sinceri eravamo già rassegnati all'idea di vedergli scuotere la testa con disapprovazione. Invece esclama: "Con voi non faccio certo complimenti, l'idea mi entusiasma, costruiamo un prototipo!". E qui c'è il Metodo: portiamo i nostri tovaglioli stropicciati e scarabocchiati al
suo fido Ing. Zelioli che a poco a poco li trasforma in complessi disegni matematici. Noi siamo estasiati, neanche fosse la prima ecografia: la piccina sta nascendo. Prendiamo i contatti con i fornitori, arrivano i primi tubi d'acciaio del telaio. Prima di saldarli li maneggiamo come se fossero di cristallo, non si sa mai. Prende forma anche la linea del serbatoio e del telaio, forse la parte più impegnativa perché grazie alle simulazioni del computer sappiamo già che peso avrà la piccina (a proposito, come la chiameremo?) Fin qua tutto bene anche perché alla fine dei conti ognuno è d'accordo sui dati oggettivi. Ma l'estetica è puramente soggettiva e c'è sempre qualcosa che a uno piace e agli altri no. Mentre speriamo di afferrare qualche idea vagante di Tamburini che voti casualmente dal CRC di S. Marino a Milano passiamo il tempo a tormentare Zelioli. Finalmente l'ingegnere scuote lo schermo (mescolato, non agitato come il vodka-martini di 007) e compare una linea che piace a tutti. È nuova, non sa di già visto. Per una moto che vuole essere nuova, non già vista. Con un azzardo che sa più di follia che di metodo abbiamo nel frattempo prenotato uno stand al Salone di Monaco. Forse stand è una parola grossa. Esattamente di fronte
a noi c'è la Ducati, con i suoi zilioni di ettari e fantastiliardi di allestimento. La nostra piccina ora viene osservata dall'alto della sua pedanina alta 40 centimetri e ne va orgogliosa. Perché adesso ha un nome. Si chiama Vun. Che va pronunciato nel modo giusto, perché è una parola milanese: come se la u avesse sopra i due puntini. Vun significa Uno. Uno perché è la prima moto che costruiamo, Uno perché è una monocilindrica, Uno perché ha un posto solo, Uno perché nel suo piccolo è unica: mono, stradale, moderna. At Salone è piaciuta a tanti, come suol dirsi oltre ogni più rosea aspettativa. Non ci siamo potuti permettere delle standiste, per cui abbiamo dovuto portare sul posto quelle, degli altri stand, compiacenti... Per vedere loro, ma anche la Vun e magari dirci cosa ne pensate, cliccate (o meglio, schisciate) qui: www.crs-motorcycles.com!

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